Da Freud alla psicoanalisi
"Non so se sia successo davvero. Ma lo ricordo."
È una frase apparentemente contraddittoria.
Come possiamo ricordare qualcosa e, nello stesso momento, non sapere se sia realmente accaduto?
Siamo abituati a pensare alla memoria come a un archivio. Un luogo nel quale le esperienze vengono conservate e dal quale, molti anni dopo, possiamo recuperarle più o meno intatte.
Ma la memoria umana non funziona come una registrazione.
E Freud se ne accorse molto presto.
La scoperta dell'inconscio lo portò infatti davanti a un problema destinato ad attraversare tutta la storia della psicoanalisi: quale rapporto esiste tra ciò che ricordiamo, ciò che è realmente accaduto e ciò che, psichicamente, è vero per noi?
La risposta freudiana è molto più complessa della semplice opposizione tra ricordo vero e ricordo falso.
Freud e i ricordi dell'infanzia
Quando un adulto racconta la propria infanzia, tende spontaneamente a pensare di stare recuperando qualcosa che appartiene al passato.
Freud comincia invece a sospettare che alcuni ricordi infantili siano costruzioni molto più complesse.
Nel 1899 introduce il concetto di ricordo di copertura (Deckerinnerung).
Si tratta di ricordi apparentemente insignificanti che possono acquistare una particolare vividezza proprio perché, attraverso spostamenti e deformazioni, si collegano ad altri contenuti affettivamente più importanti.
La cosa interessante è che Freud non si limita a chiedersi:
"Questo ricordo è vero?"
La domanda psicoanalitica diventa:
"Perché proprio questa scena è rimasta?"
Perché quell'immagine?
Perché quel dettaglio?
Perché quel ricordo continua a presentarsi mentre migliaia di altri episodi della stessa infanzia sono scomparsi?
La memoria, in questa prospettiva, non è soltanto conservazione.
È anche elaborazione.
Il problema della seduzione
È qui che incontriamo uno dei capitoli più delicati della storia della psicoanalisi.
Nei primi anni della propria ricerca Freud attribuì grande importanza ai racconti dei suoi pazienti relativi a esperienze sessuali precoci.
Nella cosiddetta teoria della seduzione, formulò inizialmente l'ipotesi che dietro le nevrosi vi fossero esperienze sessuali infantili realmente avvenute.
Successivamente abbandonò questa spiegazione universale.
Questo passaggio viene talvolta raccontato in maniera eccessivamente semplice:
Freud prima credeva ai racconti dei pazienti, poi decise che erano fantasie.
Non è esattamente così.
La scoperta freudiana diventa molto più radicale.
Freud comprende che, nell'inconscio, fantasia e realtà materiale non possono essere separate con la stessa facilità con cui vorremmo separarle coscientemente.
Una fantasia può produrre conseguenze psichiche reali.
E un evento realmente accaduto viene comunque ricordato, interpretato e trasformato attraverso la vita psichica del soggetto.
Realtà materiale e realtà psichica
È una distinzione fondamentale.
Da una parte esiste la realtà materiale:
che cosa è effettivamente accaduto?
Dall'altra esiste quella che Freud arriverà a chiamare realtà psichica:
quale posto occupa quella scena nella vita inconscia del soggetto?
Le due cose non sono equivalenti.
Ma neppure possiamo ridurre la seconda alla prima.
Una scena fantasticata non diventa per questo un evento realmente accaduto.
Allo stesso modo, riconoscere l'importanza della fantasia non autorizza a concludere che il racconto di un'esperienza traumatica sia falso.
Sono piani differenti.
Ed è proprio questa distinzione a rendere la posizione psicoanalitica molto più complessa di quanto spesso venga rappresentata.
Un ricordo può essere "falso" e contemporaneamente dire qualcosa di vero?
Qui arriviamo al punto forse più interessante.
Immaginiamo che una persona conservi un'immagine dell'infanzia.
Una stanza.
Una porta.
Un adulto.
Una determinata sensazione.
Anni dopo non riesce più a stabilire con certezza se quella scena sia accaduta esattamente in quel modo.
La tentazione sarebbe scegliere tra due possibilità:
è successo
oppure
non è successo.
Sul piano storico e fattuale questa distinzione rimane fondamentale.
Ma l'analisi introduce contemporaneamente un'altra domanda:
perché proprio quella scena ha assunto quella forma?
Che cosa rappresenta?
A quali desideri, paure, fantasie o conflitti si è legata?
Perché ritorna?
La psicoanalisi non trasforma una fantasia in un fatto.
Interroga invece la funzione psichica della scena.
I ricordi non vengono semplicemente recuperati
Freud arriva progressivamente a mostrare qualcosa di sorprendente:
quando ricordiamo il passato, non stiamo semplicemente tornando indietro nel tempo.
Lo stiamo anche leggendo dal presente.
Esperienze successive possono attribuire un nuovo significato a ciò che è accaduto prima.
È il meccanismo che Freud indicherà con il termine tedesco Nachträglichkeit, spesso tradotto come posteriorità o azione differita.
Un'esperienza infantile può non essere vissuta inizialmente come traumatica.
Solo successivamente, dopo altre esperienze e dopo l'acquisizione di nuovi significati — anche sessuali — quella scena può assumere retroattivamente un valore completamente diverso.
Il passato, quindi, non cambia.
Ma può cambiare radicalmente il significato che quel passato assume per il soggetto.
La sessualità infantile rende tutto ancora più complesso
Con i Tre saggi sulla teoria sessuale Freud rompe definitivamente con l'immagine del bambino come essere completamente estraneo alla sessualità.
La sessualità infantile, però, non coincide con quella adulta.
È fatta di pulsioni parziali, curiosità, fantasie, sensazioni corporee, interrogativi e interpretazioni.
Il bambino incontra qualcosa della sessualità molto prima di possedere gli strumenti simbolici necessari per comprenderla pienamente.
Ed è proprio per questo che alcune esperienze possono essere reinterpretate molti anni dopo.
Ciò che da bambini non potevamo comprendere può ricevere, retroattivamente, un significato nuovo.
La memoria diventa così il luogo nel quale evento, fantasia e interpretazione possono intrecciarsi.
Ma allora possiamo fidarci dei nostri ricordi?
La domanda è inevitabile.
La risposta non può essere semplicemente sì o no.
La memoria autobiografica non è una videocamera.
Questo non significa che i nostri ricordi siano arbitrari o che "nulla sia realmente accaduto".
Significa che ricordare è un processo complesso.
E soprattutto significa che la verità psichica e la verità storica non rispondono alla stessa domanda.
Stabilire se un determinato evento sia realmente accaduto è una questione fattuale e, quando necessario, richiede elementi indipendenti dal solo lavoro analitico.
Comprendere perché una determinata scena ritorni, quale posto occupi nella vita del soggetto e quali associazioni produca è invece una questione clinica.
Confondere questi due livelli può essere molto pericoloso.
Lo psicoanalista non è un investigatore
Questo punto merita particolare attenzione.
Il compito dell'analista non consiste nel decretare:
"Questo ricordo è vero."
oppure:
"Questo ricordo è falso."
E neppure nel suggerire al paziente eventi che questi non ricorda.
L'analista ascolta ciò che viene raccontato e soprattutto il modo in cui viene raccontato.
Le esitazioni.
Le contraddizioni.
Le associazioni.
Le ripetizioni.
Gli affetti che accompagnano una determinata scena.
Non perché questi elementi permettano magicamente di ricostruire il passato così come è realmente accaduto, ma perché consentono di interrogare il posto che quel passato occupa nel presente del soggetto.
Forse ricordare non significa semplicemente ritrovare
È questa una delle intuizioni più destabilizzanti lasciateci da Freud.
Pensiamo di ricordare il passato.
Ma ogni ricordo appartiene anche al presente dal quale lo stiamo ricordando.
Forse, allora, davanti a un ricordo incerto la domanda non deve essere soltanto:
"È successo davvero?"
Quella domanda può essere indispensabile e non deve essere cancellata.
Ma la psicoanalisi ne aggiunge un'altra:
"Perché proprio questa scena continua a tornare?"
Ed è nello spazio tra queste due domande — tra ciò che è accaduto e ciò che quella scena è diventata per noi — che Freud colloca una parte fondamentale della verità del soggetto.
Perché una fantasia non è necessariamente un fatto.
Un ricordo non è necessariamente una registrazione.
E la verità psichica non coincide necessariamente con la verità storica.
Ma ciò che ritorna nella nostra memoria, anche quando non riusciamo a stabilirne perfettamente i contorni, può comunque raccontare qualcosa del modo in cui abbiamo costruito la nostra storia.


