"Narcisista patologico": una diagnosi o una moda social?
Negli ultimi anni il termine "narcisista patologico" è diventato una delle parole più utilizzate nel linguaggio psicologico popolare.
Sui social network sembra essere ovunque. L'ex partner che ci ha fatto soffrire è un narcisista. Il capo autoritario è un narcisista. L'amico egoista è un narcisista. A volte basta una relazione finita male perché qualcuno riceva questa etichetta.
Ma cosa significa davvero narcisismo?
E soprattutto: è davvero ciò di cui parlava Freud?
Il mito di Narciso
Il termine deriva dal celebre mito greco di Narciso, il giovane che si innamora della propria immagine riflessa nell'acqua fino a lasciarsi morire.
Da questa immagine nasce l'idea comune del narcisista come persona innamorata esclusivamente di sé stessa.
La psicoanalisi, tuttavia, propone una lettura molto più complessa.
Freud e il narcisismo
Nel 1914 Freud pubblica "Introduzione al narcisismo", uno dei testi fondamentali della teoria psicoanalitica.
La prima sorpresa è che Freud non considera il narcisismo una malattia.
Al contrario.
Per Freud il narcisismo è una fase inevitabile dello sviluppo psichico. Prima di investire affettivamente gli altri, il bambino investe sé stesso. Potremmo dire che il primo oggetto d'amore dell'essere umano è il proprio corpo e la propria immagine.
In questo senso tutti siamo stati narcisisti.
E in parte continuiamo ad esserlo per tutta la vita.
Senza una quota di narcisismo sarebbe impossibile sviluppare autostima, fiducia in sé stessi e senso della propria identità.
Quando il narcisismo diventa problematico?
La questione non riguarda semplicemente l'amore per sé stessi.
Freud osserva che esiste una tensione continua tra l'investimento rivolto verso sé stessi e quello rivolto verso gli altri.
La sofferenza emerge quando questa dinamica si irrigidisce.
Non si tratta quindi di distinguere tra "narcisisti" e "non narcisisti", ma di comprendere il modo in cui ciascuno costruisce il proprio rapporto con sé stesso e con gli altri.
L'aggiunta di Lacan
Molti anni dopo, Jacques Lacan riprende il tema del narcisismo attraverso il celebre concetto di "stadio dello specchio".
Secondo Lacan il bambino costruisce il proprio Io identificandosi con un'immagine.
Guardandosi allo specchio, o attraverso lo sguardo dell'altro, il bambino scopre una figura apparentemente unitaria e coerente.
Nasce così l'Io.
Ma c'è un paradosso.
L'immagine che ci permette di riconoscerci è anche qualcosa di esterno a noi.
Per questo Lacan considera l'Io una costruzione immaginaria: necessaria, ma mai completamente coincidente con ciò che siamo.
La società dell'immagine
Le riflessioni di Freud e Lacan sembrano particolarmente attuali.
Viviamo in un'epoca in cui l'immagine occupa uno spazio centrale: profili social, fotografie, visibilità, approvazione, follower.
Questo non significa che siamo diventati tutti narcisisti patologici.
Significa piuttosto che il rapporto con l'immagine è diventato una componente fondamentale della nostra esperienza quotidiana.
La domanda interessante non è chi sia narcisista.
La domanda è:
Quanto dipende la nostra identità dallo sguardo degli altri?
Oltre le etichette
La psicoanalisi invita alla prudenza.
Le etichette possono essere utili in alcuni contesti clinici, ma rischiano di diventare riduttive quando vengono utilizzate per spiegare qualsiasi comportamento.
Dietro ogni persona esiste una storia, un modo particolare di costruire la propria immagine, il proprio desiderio e il proprio rapporto con gli altri.
Forse il contributo più prezioso di Freud e Lacan consiste proprio in questo: ricordarci che la soggettività umana è sempre più complessa delle definizioni che utilizziamo per descriverla.
Prima di chiederci se qualcuno sia un narcisista, potremmo domandarci qualcosa di più difficile:
Chi siamo quando non siamo riflessi nello sguardo dell'altro?


