Psicoterapia: due verità che non puoi ignorare

Cosa è una psicoterapia? A cosa serve andare dallo psicologo? Spesso mi è stata fatta questa domanda, e credo sia quella che molti si dovrebbero porre prima di giudicarla frettolosamente come una perdita di tempo.

La risposta a queste domande non è facile, ma è semplice: è l’unica soluzione a qualsiasi tipo di sofferenza psicologica.

Sarà naturale, penserai, che uno psicologo dica questo “mi direbbe mai nessuno che quello che offre non è l’unica soluzione?”. Vorrei spiegarti cosa intendo se lo desideri. 

Come ti sarà chiaro, andare dallo psicologo o portare avanti una terapia è un percorso, e presenta difficoltà e vantaggi. Due facce di una stessa medaglia. Per darti maggiore concretezza ho scelto di descriverle con delle brevi ma precise “liste”.

Se vuoi puoi approfondirle (soluzione semplice) oppure svignartela (soluzione facile). A te la scelta

Perché non è una soluzione facile?

Potresti optare per diversi espedienti facili per avere a che fare col tuo dolore: ce ne sono ed anzi, forse già li hai provati.

  • Cullarti nell’autoinganno dell’ignoranza farmacologica 
  • Tappare il buco del tuo dolore con vari tipi di dipendenze.
  • Trincerarti nei tuoi silenzi, e lasciarti trascinare da forze che agiscono senza che tu ne sia cosciente.
  • Potresti abbandonarti alle seduzioni di guru e santoni, a chi promette di farsi carico della tua difficoltà, dirti come raggiungere il benessere, come essere la versione più felice di te stesso in poco tempo

A me piace parlarti senza peli sulla lingua: avrai capito che andare dallo psicologo, non è questo. Non esistono formule magiche, né sentieri dorati verso una meta finale, ultima, completa.

Non è facile avere a che fare con quello che fa male. Ecco perché

Per affrontare questo percorso devi avere la disposizione a fare i conti con te stesso/a, e te lo anticipo: può fare paura.

Qui i mostri si muovono nel buio.

Ci sono ricordi sepolti vivi in ognuno di noi. Graffiano e scalciano nella bara nella quale sono reclusi per farsi sentire, per essere liberati.

Più urlano, più il soggetto ne risente con il suo sintomo. Sta a noi cercare il modo migliore per svuotare il vaso di pandora, liberando i demoni che esso cela.

Aprendo il coperchio si lasciano uscire le emozioni incatenate ed i vissuti che in un modo o nell’altro ci hanno segnato nel passato compromettendo il nostro presente, minando il futuro. Ci vuole un atto di coraggio non indifferente per affrontare le proprie questioni ma più ci si avvicina al dolore, più lo si tocca con mano, più esso tende ad assopirsi e a lasciare spazio al benessere che ognuno di noi merita.

Anche le attuali ricerche in neuropsicologia hanno dimostrato ampiamente il potere che ha la parola sul nostro cervello, parola che può essere distruttiva ma anche salvifica.

Tutto sta a come ci narriamo a noi stessi e all’altro. Tramite la parola, abbiamo il potere di cambiare REALMENTE il nostro assetto neurale e di conseguenza ritornare ad un equilibrio psichico volto alla serenità.

Non temere di mettere in parole le emozioni, i pensieri ed il dolore perché è solo attraversandolo (e non aggirandolo) che possiamo abbandonarlo definitivamente.

Si pensa che la psicoterapia sia indolore: in effetti non c’è alcun dolore fisico, ma questo assunto è generalmente falso. Il più delle volte, guardarsi dentro col desiderio di capire, è come togliere un dente senza anestesia.

Ma possiamo anche trovare un’altra metafora. Ricordi quando eravamo più piccoli e cadendo ci sbucciavamo le ginocchia? Cosa facevi?

Io disinfettavo la ferita. E non appena il disinfettante raggiungeva la carne recisa il dolore diventava insopportabile: un momento di bruciore estremo, non paragonabile minimamente al momento dell’impatto. 

Ecco, questo è tuttavia un male necessario, cioè il segnale che la terapia sta producendo qualcosa. Che non bisogna mollare la presa appena questo dolore si intensifica ma anzi, continuare a lavorare perché evidentemente la direzione è proprio quella.

Chi non è lo psicologo?

 

“Soggetto Supposto Sapere”. Così un grande maestro, Jacques Lacan, definiva lo psicologo visto dalla maggior parte delle persone. Spiegava che in genere le persone lo vedono principalmente in due maniere:

Lo Psicologo è qualcuno che sa cosa IO debba fare del MIO dolore e che saprà spiegarmelo passo dopo passo.

Oppure:

Lo psicologo è qualcuno che si incarica di portare per me il mio fardello.

No. Troppo facile: lo psicologo non è una figura mistica o un salvatore che tirerà fuori da una sfera la risposta definitiva alle tue domande.

Lo psicologo è la figura professionale che saprà farti le domande alle quali non puoi permetterti di non conoscere la tua unica e personale risposta.

Qui non si entra con una busta della spesa da riempire. Qui vince chi rinuncia.

Ti è mai capitato di fare scelte a volte spiazzanti, che sembravano andare contro il tuo personale tornaconto e benessere?

Quella è l’occasione per mettersi a parlare, mettersi nella posizione di colui che interrogandosi procede verso l’emersione della propria verità.

Infatti, la psicoanalisi è una pratica che punta alla sottrazione. Segue il principio di Freud per il quale la felicità non esiste ma è assenza di dolore, così come per Einstein l’oscurità è solo assenza di luce.

Attraverso questo spogliarsi, il soggetto è costretto a confrontarsi con il proprio abisso interiore, con tutte quelle questioni che almeno una volta della vita lo hanno messo in posizione di farsi qualche domanda

La grandezza della psicoanalisi è proprio quella di restituire al soggetto la piena responsabilità di tutto ciò di cui egli soffre e ciò di cui gode e metterlo di fronte alla scelta: vuoi perdere ciò che ti fa star male?

Ippocrate, padre della medicina, diceva: ‘’Prima di guarire qualcuno chiedigli se è disposto a rinunciare alle cose che lo hanno fatto ammalare’’.

La pratica della psicoanalisi è volta quindi non a guadagnare una presunta serenità ma a perdere ciò che fa soffrire, nella misura in cui il soggetto è disposto a rinunciare al suo eccesso di godimento trasformatosi in sintomo. Per citare nuovamente Freud, i suoi “tornaconti secondari’’.

In una società che però punta all’accumulo e al trattenere, quanto è possibile per un soggetto concedersi il lusso della salvifica perdita? Questa è un’altra faccenda.

Perchè invece è semplice?

Quando dico che andare dallo psicologo o portare avanti una psicoterapia è una soluzione semplice intendo dire che è schietta, che va diretta al punto sebbene a volte bisogna fare numerosi giri in tondo alla questione. 

I farmaci allontanano dal dolore e funzionano. Per un poco. Poi si torna alla casella di partenza.

Ciarlatani, maghi e guru della felicità creano l’illusione che grazie a dei trucchi sia possibile svignarsela dai propri problemi, dal proprio dolore. 

La psicoterapia non conosce altre vie se non una: devi capire come e cosa genera il problema che ti affligge e poi risolverlo. Semplice no? Ma perché è semplice?

Perché la psicoterapia è semplice

Guarire completamente dal sintomo, ma non solo.

Il farmaco agisce sulle manifestazioni del dolore, spegnendole e smussandole.

Qui la remissione è totale perché derivante dalla nuova posizione in cui hai scelto di collocarti nei confronti del mondo. Quindi una psicoterapia è cura e prevenzione.

Per ”guarire” si è chiamati a far combaciare i propri pezzi con ciò che il mondo ha da offrire.

Basta solo orientarsi nella direzione del proprio desiderio e, per farlo, occorre compiere un viaggio nei meandri della propria vita

È solo quando sai quello che vuoi non prendi tutto quello che passa

In effetti non possiamo non pensarci come soggetti alla continua ricerca di un appagamento che, molto spesso, non ha nome, né forma, né colore. Un desiderio ignoto che, soprattutto nel preciso momento storico in cui viviamo, viene talvolta offuscato dai sintomi che alla fine ci pongono davanti ad una semplice ma potente domanda: Perché sto male?

Conoscere il proprio desiderio permette di rivoluzionare completamente il modo in cui guardi te stesso, gli altri, il mondo e, conseguentemente, ridefinire il tuo ambito d’azione, quello che puoi, o meglio, che desideri o non desideri fare della tua vita.

Dopotutto si tratta proprio di questo: riconoscere la propria responsabilità in ciò di cui ci si lamenta e smarcarsi, aprendo le porte alla possibilità di un nuovo modo di saperci fare con le proprie questioni vitali.

Molti professionisti (o tali) della salute, dicono cosa devi fare per essere felice ma non dicono cosa fare per non essere infelice che non è esattamente la stessa cosa; si punta, insomma, a fare in modo che il soggetto non sperimenti mai del tutto quella condizione che invece è generativa e assolutamente necessaria.

Come dice Marcel Proust: ”Più della psicologia stessa, la sofferenza la sa lunga in materia di psicologia”. Ciò significa che è proprio dalla sofferenza, unica e irripetibile di ogni soggetto, che questi può permettersi di ripartire. Eluderla vuol dire rimandare l’appuntamento con sé stessi.

L’analisi è quindi l’incontro con un sapere e, più precisamente, con quel sapere dell’inconscio nel quale risiede l’origine dello sviluppo del sintomo di cui si soffre. Questo sapere soggettivo vive nell’inconscio e si articola in tutte le manifestazioni che sfuggono dalla consapevolezza: i sogni, i sintomi, i lapsus. 

Come scrive Freud: ‘‘L’inconscio è l’infantile: è quella parte della personalità che a quell’epoca si è separata, non ha seguito l’evoluzione del tutto ed è stata perciò rimossa”.

Diventa quindi necessario partire da questo punto, dall’infantile che si è cristallizzato e tende alla ripetizione. In questo modo l’analisi incontra la cura.

Il potere della parola, l'unicità della storia di ognuno e il valore del proprio desiderio sono le stelle polari per percorrere la propria vita ripartendo da un nuovo punto. Per rimanere aggiornato sui miei ultimi post e per trovare contenuti utili seguimi su Facebook ed Instagram

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